Tempeste, grandi numeri e bruschi risvegli.

Nell’Anno Domini 2015 ci trovammo nell’occhio del ciclone.

No, non è una metafora. Sono le previsioni, stranamente azzeccate, del tempo! Ebbene si, in questi pochi mesi trascorsi di un anno che, diciamocelo, ci eravamo disegnati come migliore del terminato 2014 ma fa schifo uguale, abbiamo sperimentato cosa significhi vivere a Trieste. In Liguria.

Così durante l’ennesima notte passata a tentare di decifrare i rumori molesti- Cosa sarà questo? Il tetto scoperchiato? L’albero che mi sfascia la macchina?- ho avuto illuminanti pensieri profondi.

Non è tanto il rapporto causa-effetto che ci frega, sono le leggi sui grandi numeri. Mi spiego. Stai viaggiando in auto, guidi sino ad un punto X dove trovi a bloccarti la strada un simpatico albero. Naturalmente il forte vento, causa, ha fatto si che l’albero cadesse, effetto. Tu sei incolume, così come la tua auto, e l’unica vittima è appunto l’albero. Al limite lievemente ferita la tua puntualità, poco male.

Il vento avrà creato altri disagi sparsi, numero che aumenta in proporzione all’area colpita.
Io, per lavoro, ogni giorno copro una lunga tratta in auto. E spesso mi trovo a constatare più di un cadavere, sia esso vegetale o cementifero, lungo la mia via.
In automatico la mia mente malsana riflette che la vita è questione di tempismo, e spesso dipende dal NON ESSERE nel posto sbagliato al momento giusto. Logicamente più sono i “posti sbagliati” più è facile incapparci al momento giusto. E quindi? Da cosa dipende il fatto che il pedone che attraversa la strada prima di me si becca una tegola in testa e io invece no? Karma? Non credo.
Fregato dalle leggi sui grandi numeri. Tutto perché ha incontrato più scene del crimine di me, ed è arrivato ad un punto in cui la percentuale di evitare il misfatto era esigua.

Questi malsani pensieri, ovviamente, mi si ripropongono (come la cena da Burger King) la mattina, quando me ne sto bellamente infossata nel tepore del mio letto,con le lenzuola fin sopra il naso, ad oltranza. Perché non avendo dormito la notte sono in stato di catatonico letargo.
Le fasi del risveglio con malsana riproposta sono tre:
Fase 1- Le sette e 25- L’ora in cui VORREI svegliarmi.
*Titititi*Titititi*
-mmmnnnnnnn! click
No dai, fa freddo. Poi c’è vento. Poi muoio. Ronf!

Fase 2- Le sette e 40- L’ora in cui DOVREI svegliarmi.
*..you’re arrived at panic statioooooooon!*
-mnnnnnnn! swisssh.
No dai. Fischia il vento, urla la bufera. Io resto ancora a letto.

Fase 3- Le Otto e variabili- L’ora in cui OCCRISTO!MI SONO ADDORMENTATA!!
Occhio a palla, tachicardia a 6000! Salto giù dal letto, inforco i pantaloni mentre metto la Moka sul fuoco, accarezzo il Gatto, svuoto la lavastoviglie e rifletto sul fatto che la tempesta fuori dalla mia abitazione avrà senz’altro avuto disastrose conseguenze sulla mia stesa. Mi ostino a non ritirarla la sera. Per i grandi numeri,ahimè, non posso averla scampata anche stavolta. Ed infatti iniziano le operazioni di ricerca, tenendo il gatto in casa perché tenta l’evasione, sentendo la Moka con il suo suono paradisiaco (per i caffeinomani ovvio) che sta sporcando il gas lavato la sera prima. Tutto ciò a maniche corte con un vento che manco fosse la Bora!
Recupero i calzini nella lavanda, il cardigan sull’albero e le immancabili mutande in bella vista a scelta tra:
Il vicino- che ti guarda male pensando: SCOSTUMATA.
Il cancello- che da sulla strada ovviamente.
Il tetto- Rinunzia.

Dopodiché mi siedo, bevo il siero liquido della felicità, e si apre un palcoscenico di pensieri profondissimi che Freud ne avrebbe per scrivere Un saggio e tre lezioni.
Però mi sono svegliata tardi, ho perso tempo, sono vestita solo per metà e CRIIIISTO SONO IN RITARDO!

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