Expo Milano 2015: Perché andarci o Perché no.

Ormai “Vado all’Expo” è una frase di rito, ha lo stesso peso specifico di “Vado al Conad”. Perché l’essere umano è fatto per abituarsi anche alle cose piacevoli ed arrivare a darle per scontate.

Per questo motivo ho deciso di chiamarla con il suo nome per esteso: Esposizione Universale. Già di per se le riconsegna un minimo di tono che sembrava quasi aver perso.

Ora, io non ho l’aulico potere di decidere le sorti di qualcosa o di poter dare giudizi universali al suo riguardo, mi limito ad osservare ed esprimere pareri personali, e così ho deciso di approcciarmi alla tanto discussa Esposizione Universale di Milano.

L’ho vissuta da spettatrice, da cliente, ed ho cercato di coglierne l’essenza a modo mio.

La cosa da lodare di un’Esposizione del genere è la Sovra-esposizione a diverse culture. Nei padiglioni e non.  Ad esempio ho potuto conversare con un commerciante Indiano sulla quarantina dal nome   Abrh.. Ibrhh… incomprensibile (al terzo “Scusa, non ho capito!” mi sembrava brutto perseverare) che mi ha detto di aver vissuto questa “Esperienza in Italia” con gioia ma che, arrivati ad Ottobre, non vedeva l’ora di tornare a casa dalla sua famiglia.

Oppure una ragazza molto gentile del Padiglione della Costa D’Avorio che mi ha consigliato quale bracciale scegliere ed io in cambio ho dispensato consigli riguardo i Food Trucks Americani. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Probabilmente è la cosa più naturale del mondo, ma ce ne rendiamo conto solo in determinate occasioni, sprecando un sacco di vita a non esporsi agli altri.
Forse se non ci sottraessimo così spesso all’Altro, al diverso, “all’Alieno” non ci sarebbe bisogno di creare manifestazioni universali. La quotidianità stessa sarebbe “Universale”.

Ma torniamo ad Expo all’Esposizione Universale.

Io sono andata in compagnia, nella miglior tradizione Italiana, della mia Mamma, Monica. Abbiamo optato per il treno, anche perché la stazione di Rho è letteralmente all’interno della manifestazione.
Siamo arrivate una mezz’ora prima dell’apertura, prevista come da orario alle 10.00, tuttavia abbiamo affrontato un’ora e mezza di coda prima di poter entrare.

Ecco il primo motivo per non andare: LE CODE.

Ora, inutile sindacare sul tempo di percorrenza. Facciamo la fila dal salumiere, è normale che ad un evento di tale portata ci siano code importanti. Il problema secondo me è che le cose sono state organizzate “all’Italiana”.

Qualunquismo? Forse, però mi sembra la definizione (ahimè) più giusta per un’organizzazione sommaria ma non del tutto definita. Mi spiego meglio con l’esempio delle code.

Lungo le vie principali, ovvero il Decumano ed il Cardo, il flusso di visitatori è ovviamente considerevole, ancor più ora che siamo agli sgoccioli. Capita anche spesso di trovare “capannelli” di persone raggruppate, fiumane di studenti ecc. Poi ci sono tutte le viottoline minori, che portano ai vari padiglioni, ed anche lì marasma generale di umani e capannelli fitti. Quindi ci si aggira circospetti alla ricerca di un pezzo di cartello, anche senza
freccia, che dia un’indicazione univoca dell’ingresso di un padiglione. Cercherete invano. Io ho COMPLETAMENTE saltato la fila al padiglione del Regno Unito senza nemmeno rendermene conto.

Ma la cosa strabiliate è che nemmeno le persone in fila da prima di me se ne sono accorte. Cercavo l’ingresso o la fila in cui aspettare e mi sono trovata al di là della transenna, con mamma al seguito, in un flusso di gente che avanzava imperterrita.

Oppure abbiamo rischiato di perderci il padiglione della Repubblica Ceca perché sembrava “Solo un ristorante”.

E ancora non abbiamo capito sino in fondo se il padiglione dell’Olanda l’abbiamo visto tutto o no.

Le file, come i padiglioni, si manfestano in maniera randomica. Ci si mette in coda senza sapere sino in fondo se si è nella coda giusta o se si tratta solo del bagno per gli uomini.

Ma continuo con il resoconto della giornata.

Un volta all’interno, preso un caffè rigenerante, a quello che avremmo poi scoperto essere il padiglione Ceco, abbiamo pensato di andare per prima cosa a vedere l’Albero della Vita, opera che dovrebbe diventare la nostra Torre Eiffel, il nostro Palazzo di Cristallo (senza incendi ci si augura).

Dalle foto la costruzione non mi entusiasmava un granché, sono sincera. Dal vivo però vale il prezzo del biglietto. Vederlo lì, ligneo, vivo e vederlo sbocciare è stato magico.

Avrei potuto fare il tour al suo interno ma sono stata solidale con Mamma e mi sono limitata alla sua contemplazione dall’esterno.

Credo che la notte, con gli spettacoli di luce ed acqua, sia realmente una costruzione magnificente.

L’Albero della Vita è decisamente il primo motivo per andare.

Andando all’Albero della Vita abbiamo percorso gran parte del Decumano e parte del Cardo, cercando di farci un’idea generale di cosa volevamo vedere e dove ci sarebbe piaciuto andare.
Abbiamo cercato di ragionare da “salmoni” e di andare controcorrente per ottimizzare i tempi eliminando anche padiglioni con tempi di attesa che definirei BIBLICI.

Il primo padiglione verso cui ci siamo dirette è stato quello Americano.

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Abbiamo camminato lungo la passerella realizzata con legname recuperato sul lungomare di Coney Island e, valutato orario e flusso di gente, abbiamo optato per far sosta subito ai Food Trucks per pranzo.
Così facendo abbiamo mangiato in tempi ragionevoli due ottimi Hamburgers di Angus con Cheddar e tagliato almeno un’ora di coda per il padiglione vero e proprio.

Un gigantesco orto verticale, da cui si ha un raccolto quotidiano, e video sulla coscienza produttiva americana sono solo parte di ciò che potete ammirare nello spazio dedicato agli States, in cui si “respira” decisamente lo spirito del “Poter Fare”. Quasi Disneyano!
Dopo l’America ci siamo lanciate, letteralmente, nel padiglione Britannico. Inutile ripetervi la modalità d’ingresso di cui non vado fiera.

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Il padiglione del Regno unito è studiato per far sentire i visitatori come delle piccole apette operose. Un giardino all’aperto, con spazi dove potersi accomodare in tranquillità, attraverso cui si snodano stradine ramificate che si ricongungono
alla base di un gigantesco alveare metallico, dove è possibile sperimentare la suzione del polline da un fiore. Cosa che non ho fatto in primo luogo per le allergie, in secondo luogo per la fila ed infine perché mi dava l’idea di poco igienico. Fisime mie!

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In tutto il padiglione, costruito all’aperto, si sente il ronzio delle api con apice all’interno dell’alveare.
Bello, motivo in più per andare.

Dopo una breve tappa in bagno, che si trovano nelle immediate vicinanze e costituiscono un motivo (anche se minore) per non andare, abbiamo deciso di dirigerci con orgogio e con fiducia al Padiglione Cinese.

Qui la coda è considerevole, ma ne vale realmente la pena. Un area di tranquillità, in cui ci si sente davvero in armonia con una natura produttiva. La leggiadria degli ombrelli disegnati a far da contrappeso al tema portante dell’agricoltura. Il tutto in un’armoniosa bellezza, fatta di piccole grandi cose, ed un’estrema gratitudine che solo la Cina è in grado di esprimere.

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La parte più bella, a mio avviso, è la sezione dedicata alla “Terra”, una distesa coperta da ventimila luci al led che, accendendosi, riproducono i più bei paesaggi cinesi.
Vogliono rappresentare l’amore per la natura ed un invito a uno stile di vita maggiormente sostenibile. Da pelle d’oca.

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Quello Cinese è, senza dubbio, il mio padiglione preferito, vale decisamente il prezzo del biglietto, la coda ed i bagni.
Nel caso in cui la fila facesse rinunciare all’idea di entrare non disperate. Anche solo la costruzione, che vuole ricordare un campo di grano mosso dal vento, vista dall’esterno con il parco trapunto di fiori gialli è una meravigliosa attrazione.

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Il padiglione successivo del nostro viaggio è quello Olandese anche se, come detto prima, non sono del tutto certa di averlo visto nella sua interezza.

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In ogni caso si tratta della ricostruzione di un Luna Park, con tanto di casa degli specchi e ruota panoramica!
Il tutto incorniciato da Trucks di street food tipicamente Olandesi.

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Per chi invece preferisse sedersi a tavola comodamente è stato anche costruito un Ristorante.
Colorato, vivace e genuino.
Un padiglione costruito secondo tre principi chiave: Mostrare, crescere e vivere.
Assolutamente da vedere.

Dopo aver visto questi padiglioni “maggiori” abbiamo deciso di arricchire la nostra visita con qualche padiglione “minore”.
Abbiamo quindi visitato la Costa D’avorio nell’area dedicata al cioccolato. Non è umana la quantità di cioccolato che ho comprato. La barretta di cui vado più fiera è quella al cioccolato fondente e basilico. L’assaggerò a breve!

Qui ho potuto dispensare consigli alla ragazza dello stand ed ho, orgogliosamente, comprato bracciali artigianali della Costa d’Avorio. Tutto ciò mentre una fontana faceva sgorgare cioccolata alle mie spalle.

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Da visitare, ma soprattutto da assaggiare, toccare e vivere. La Costa d’Avorio è decisamente entrata nella mia mappa di luoghi da visitare.

Altri due padiglioni minori che abbiamo visitato, questa volta nell’area dedicata al riso, sono quello del Bangladesh e quello del Laos (di cui vi risparmio il nome completo).
Qui ho conosciuto il commerciante indiano con la sua coloratissima e profumatissima bancarella.

Salutato il mio nuovo amico ci siamo dirette, spinte dall’aumentare dei cappellini tradizionali, verso il padiglione Vietnamita.
Un padiglione sviluppato su due piani. Al pian terreno un ristorante tipico con una rappresentazione musicale ed al primo piano un mercatino di artigianato.

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Caotico, variopinto e speziato.

Una realtà da conoscere e vedere.

Motivo per andare? Of course.

Ultimo padiglione visitato è quello della Repubblica Ceca.
Motivo per non andare? Anche qui la scritta Toilette è più visibile delle indicazioni per entrare.
Ed è un peccato! Perché il padiglione Ceco merita tutte le attenzioni che si riservano ai padiglioni maggiori.

Si apre con una piscina, che lascia intuire la centralità dell’elemento dell’acqua nel padiglione. Si attraversa un laboratorio in cui la vita viene messa sotto la lente di un microscopio ed ingigantita su schermi sensibili al suono.

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Infatti maggiore è il silenzio migliore sarà la risoluzione delle immagini. Al piano superiore spazio dedicato alle innovazioni tecnologiche, passaggio attraverso immagini e cultura, ed infine ampia terrazza con giardino per congedarsi dall’Esposizione
Universale nel migliore dei modi.

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La nostra escursione si conclude alle 16 e 30 con il Regionale Veloce che da Rho ci porta alla Stazione Centrale di Milano.
In 5 ore circa abbiamo visitato nove realtà simili o completamente opposte per immergere qualche senso in culture che non ci appartengono. O almeno non del tutto.

Tirare le somme non è facile. Se si pensa agli sprechi che seguiranno la manifestazione, come ad esempio tutto il materiale che verrà demolito o resterà inutilizzato, tutte le nefandezze costruite ancor prima di costruire o tutta quella parte di Expo che non si vuole far vedere per nasconderne l’esistenza, ma in realtà esiste ed è stata abbandonata e mai completata, è normale che il senso civico, e persino un po’ di rabbia, ci inducano a non andare.

D’altro canto se si riflette su quanto sia bello conoscere nuove realtà e partecipare ad un evento di portata mondiale nel proprio paese, che probabilmente i nostri figli non vivranno ma studieranno su testi scolastici, il pensiero di andare si fa vivido e forte.
Non vi dirò cosa ne penso, anche perché probabilmente me ne farò un’idea complessiva solo a sipario calato.
Vi dico solo che sta per iniziare l’ultima settimana dell’Esposizione Universale a Milano e nel bene o nel male, per chi la odia o per chi l’ama, tra una settimana sarà tutto finito.
La prossima sarà a Dubai nel 2020. Oppure, se vi basta un’Esposizione Internazionale, ad Astana (Kazakistan) nel 2017.

Buona Notte.

M.U.

Ps. All’Expo come al Conad, non abbiate paura di sperimentare la “Contaminazione con l’alieno, lo sconosciuto”. Fermatevi a parlare, lasciate che l’universalità interagisca con il vostro quotidiano. Fate della Vostra stessa esistenza un’Esposizione Universale.

Ora prendo le mie goccine.

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