Treni Che Passano.

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Una delle metafore più utilizzate per indicare un’occasione da cogliere, un treno da prendere, come se bastasse presentarsi in una stazione, muniti di biglietto, per modificare nettamente il proprio futuro.

Credo sia stupido paragonare una ricercata o casuale occasione ad un treno. Un treno ha orari, ha una stazione di partenza, alcune stazioni di passaggio e quella di arrivo. Può essere soppresso o in ritardo ma non si manifesterà in un giardino. Ti lascerà in stazione, magari più di una volta, ad aspettare quello successivo, ma non con la netta sensazione di aver perso parte del futuro con lui.

Le persone sono treni, questo potrebbe essere più adatto.

Treni lenti, che assaporano ogni metro percorso, treni veloci che colgono la bellezza del vento e delle sfumature di colore e treni lanciati unicamente su una destinazione. Treni che non arrivano, treni che ritardano. Io mi sono sempre vista come un treno troppo veloce, uno di quelli fissi solo sulla loro destinazione. Di quelli che disperdono tutta la meraviglia che incontrano, la annientano in nome della loro destinazione. Ma senza sapere esattamente quale sia. E’ come se ad ogni stazione, che sembrava essere quella giusta, si fosse rimandati ad una stazione ancora distante e più si macinano miglia di rotaie meno si apprezza quello che si incontra lungo il tragitto. Ci si trova in una condizione di smarrimento in cui non si vede l’agognato futuro e non si è in grado di trovare un appiglio in ciò che ci scorre accanto. Inermi.

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Accade allora un fatto singolare, che ad osservalo sembrerebbe irreale.

Le stazioni, di norma rumorose, colorate e piene di persone, sono avvolte in un silenzio denso. Si svuotano e mostrano i loro scheletri disabitati. Le rotaie fredde riflettono la luce di un sole affaticato che filtra mollemente da nuvole livide, cariche di pioggia. In queste stazioni inumane arriva un treno, rosso, brillante e veloce, che rallenta fino a fermarsi. Resta immobile, non si aprono porte, nessuno ne sale ne scende, fermo per un periodo che pare infinito.  Riparte. E’ veloce, ma meno scattante di quanto  fosse al suo arrivo, e pare che quel rosso vivo abbia persino perso parte della sua laccatura, sembra ingrigito mentre in una mattina di ottobre si allontana e sparisce come inghiottito dalle nuvole all’orizzonte.

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Treno in corsa Stazione di Bologna- C. Girolamo Mancuso

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