Ares, Gatto Libero.

 

 

Mi chiamo Ares e sono un gatto libero, questo ripetevo ossessivamente mentre le fiamme mi accerchiavano e quel calore annebbiava i sensi.

Il calore. I miei primissimi ricordi erano di un morbido calore ed un rumore lieve come un soffio di vento, le fusa della mamma. Siamo soli in una cesta di vimini avvolti dal suo folto pelo grigio, vicino ad un calore intenso rosso e arancio attizzato di tanto in tanto da una esile figura leggermente ricurva, la Signora Clotilde.  Mamma si chiamava Era, una gatta appassionata di storia e letteratura antica. Aveva imparato tutto quel che sapeva dalla Signora che in una vita precedente aveva fatto l’insegnante. “Vite fa, ne ho avute sette anche io!” ci raccontava quando guardavano vecchi album consunti dal tempo, seduti sulla sua poltrona morbida e scura. La Signora era sola, il marito aveva superato le Colonne d’Ercole senza far più ritorno durante sua vita numero cinque. Ora viveva la sua settima vita con me e mamma, che come lei aveva un ventre arido. Io infatti ero l’unico figlio di entrambe. Non ho fratelli, il che per uno come me è un sollievo ma per un gatto è una vera rarità. Anche mamma era nella sua settima vita ed io il solo ad esser sopravvissuto al parto, ma ripeto, tanto meglio. Volevo da sempre esser libero da legami e lei aveva preso la mia nascita come una benedizione dopo anni di tentativi andati a vuoto.

Scelse il mio nome con la Signora una mattina, mentre leggevano insieme un libro dalla copertina amaranto. La Signora leggeva sempre a voce alta per far ascoltare anche me che, passata la prima vita, preferivo mantenermi defilato rispetto a loro. Mamma impazzì udito un suono, iniziò a miagolare così forte che io d’istinto gonfiai tutto il pelo, la Signora invece non fece altro che sorridere. Si capivano sempre loro due. Divenni così Ares, in un giorno di Grecale intenso, mentre dalla posizione preferita sul davanzale della sala, osservavo gli alberi della collina salutare un cielo grigio. Il cielo fu grigio, anche quando la Signora Clotilde si sdraiò nel suo letto. Sapevo che stava accadendo qualcosa di anomalo perché veniva spesso a trovarci il suo amico Valter, con la valigetta scura e quegli arnesi metallici dentro. Era più giovane di lei, su per giù nella sua quarta vita, lo avevamo visto rare volte, di norma trascorrevano ore al telefono senza vedersi, invece da qualche tempo veniva ogni giorno e teneva con sé le chiavi di casa. Mamma restava sempre con la Signora, leggevano insieme ma ora lo facevano in silenzio. Io dal canto mio mi sforzai di essere più affettuoso del solito, una tortura, ma nonostante tutte le mie premure Clotilde raggiunse il marito oltre la fine del mondo in una giornata di febbraio che profumava già di primavera. Mamma non si fece aspettare molto, avevano vissuto insieme ed insieme erano andate via. Io inaspettatamente piansi molto, sulla mia finestra, sempre rimirando quelle foglie in collina, non volevo legami eppure ora sentivo quel dolore acuto anelarne due appena persi.

Valter per un mese venne regolarmente ad occuparsi del mio sostentamento, cercava di darmi un conforto che tuttavia io non desideravo. Per fargli capire che la sua presenza non mi era necessaria io non gli andai mai incontro, non feci mai fusa. Mi limitai ad un lieve cenno con il capo, sempre restando nel mio posticino, un ringraziamento per il cibo che mi forniva ma nulla più. Un giorno venne con una coppia e scoprii così che altre persone sarebbero venute ad abitare in casa mia, persone che volevano una casa ma non volevano un gatto, lui insistette, ma loro tagliarono corto. Valter mi guardò, comprese che la verità era arrivata dritta alle mie orecchie ed una volta che la coppia fu liquidata si avvicinò a me.
«Ares mi dispiace, non vogliono un gatto. Io non ti posso tenere perché ho due Dobermann e non sarebbero molto indulgenti con te». Compresi che le sue parole erano sincere e feci il solito cenno con il capo, stavolta trattenendo in me una grande tristezza. Non volli creare problemi e quando mi porse il trasportino aperto io entrai senza indugi e mi sedetti composto. Uscimmo di casa e per me fu la prima volta senza avere appuntamento da quel sadico del veterinario. Salutai la casa che mi aveva accolto nelle mie prime due vite, poi mi sistemò sul sedile della sua auto e decisi di chiudere gli occhi per un po’. Mi risvegliai in un posto che odorava in una maniera nuova per me, sapeva quasi di olio, ma non era un buon odore. Trovai il trasportino aperto e dinnanzi alla porticina due ciotole, le mie ciotole. Grazie Valter. Cercai di orientarmi, uscendo guardingo dal mio rifugio sicuro, ma compresi che quel luogo colmo di odori strani mi era completamente estraneo.

Camminai lento, con il ventre che sfiorava il pavimento ed arruffai leggermente il pelo per maggior sicurezza, giunsi così ad un pannello metallico molto lucido in cui appariva chiara la mia immagine riflessa. Capitava raramente che mi specchiassi ed in quelle volte nemmeno prestavo attenzione, ora però ero lì a fissarmi nel vuoto silenzio di quel posto. Il mio pelo foltissimo, di un colore indefinibile, una base grigio-marroncina da cui dipartivano le più varie sfumature di rosso e nero, i miei baffi tesissimi e pronti a captare una qualsiasi interferenza anomale e il mio occhio che rimirava se stesso attraverso un’iride nocciola. Si, ero nato con un solo occhio funzionante, l’altro era il prezzo da pagare per restare vivo. Un occhio per sette vite. Io in realtà nemmeno rammentavo la mia anomalia, vedevo molto bene e per il resto mi orientavo con baffi ed olfatto. Mamma invece mi ripeteva in continuazione di stare lontano dalle risse «I felini – diceva -sono vili e se messi alle strette puntano a ferire gli occhi, Ares promettimi che starai sempre attento». Ma che valore poteva avere una promessa fatta mentre lustravo gli artigli della mia zampa sinistra in un salotto borghese? Restai qualche giorno in quello che scoprii essere il garage di Valter. Mi teneva lì in attesa di un’adozione che sapevo non sarebbe mai arrivata, chi vuole un gatto adulto, fallato e anaffettivo?

Così nel primo giorno della mia terza vita decisi di alleviargli quella pena, approfittai di una disattenzione del mio custode e svanii nell’imbrunire di una giornata di Grecale, guidato solo da un persistente profumo di foglie. Lasciai a lui le mie ciotole quale gesto di stima per essersi preso cura di me. Corsi per un tempo che mi parve eterno, lungo strade sconosciute che si facevano via via più buie e mi fermai quando non avvertii più asfalto sotto le zampe, solo umida terra e foglie. Stremato giunsi sotto un gigantesco albero, cercai un suo anfratto dove rifugiarmi e sprofondai in un sonno pesante e denso di sogni.

Aprii l’occhio quando i raggi del sole si erano fatti più insistenti e mi diedi immediatamente alla perlustrazione della zona. Ero in un bosco, fresco e profumato, a pochi passi da un ruscello. Imparai in breve tempo l’importanza di caccia e pesca, scoprii che per sopravvivere nella natura era necessario intessere un rapporto con gli spregevoli e maleodoranti roditori. Soprattutto con gli scoiattoli che per la loro velocità nel salire e scendere dagli alberi risultavano le più formidabili vedette. Il tutto fu notevolmente agevolato dal fatto che la carne di topo mi sia da sempre risultata indigesta. Vissi circa la metà della mia terza vita, che si sa esser quella più lunga, libero da legami, come desideravo, eppure mai soddisfatto. Mi ero ormai fatto grande e muscoloso, resistente persino agli attacchi di una grassa faina che mi dava il tormento, mi sentivo invincibile. Fino al giorno che cambiò la mia vita, tutta quanta. Era quasi mezzogiorno, faceva molto caldo e soffiava un vento di Scirocco abbastanza inteso. Il giorno adatto per pescare pensai. Così feci spola per una buona mezzora tra dentro e fuori dall’acqua, mi piaceva nuotare ed ancor più restare sulle pietre di fiume, lisce e ben esposte al sole, per asciugarmi. Non era un’attitudine tipicamente felina ma ben sapevo di essere anomalo rispetto alla mia specie. Nell’ultima immersione mi parve di sentire uno strano rumore, ma lo attribuii all’entrata veloce in acqua, quando riemersi fu il caos. Vidi gli scoiattoli volare rapidi di albero in albero, la faina fuggire ratta senza nemmeno guardarmi torvo, gli uccelli volar via sgraziatamente e quel rumore intensificarsi nelle mie orecchie. Un crepitio battente, sembravano quasi spari, avvertii un calore fortissimo che mi asciugò il pelo, poi un ratto mi urlò di scappare, che il bosco stava bruciando. Bruciando? Come è possibile che un bosco così umido bruci? Come può prendere fuoco un bosco? Alla vista delle fiamme rimasi pietrificato, le avevo viste solo nel camino di casa e mai così alte. Iniziai una corsa a perdifiato, senza una meta, cercando solo di allontanarmi da quel calore. I miei baffi vibrarono, fu una frazione di secondo, cambiò la direzione del vento ed in un istante le fiamme furono ovunque. Mi trovavo sul sentiero di terra battuta che attraversa il bosco, corsi verso la direzione che mi parve essere la meno rischiosa ma una vampata di calore mi accecò.  Con due occhi forse… mi tradii a pensare. Accasciato a terra il calore iniziò ad avvolgermi insistentemente e l’ultima cosa che riuscii a vedere, con mio grande sforzo, fu una macchia arancione in avvicinamento all’orizzonte.

E sia, basta non cadere per mano della faina. Soffiai.

Non so dirvi quanto tempo passò, parvero anni, mi sembrò di rivedere mamma, di annusare la Signora Clotilde, di dirle persino che le volevo bene. Ripresi coscienza con un odore di fumo che attanagliava i miei sensi, stremato ed avvolto in un panno umido. Non ero nel bosco, o meglio ero in qualcosa che lo stava attraversando. Mi trovavo sul sedile di una macchina sporchissima e dura, alla guida del mezzo stava una ragazza, anche lei nella sua terza vita. Puzzava di fumo ed era sporca sulle braccia, sulla canotta bianca e sul viso. Aveva una larghissima e lurida tuta arancione, un pezzo unico, con le maniche annodate in vita. Persi nuovamente i sensi.

Quando riaprii l’occhio l’odore di fumo fu meno denso, legato al mio pelo, mentre intorno si sentiva qualcosa di più leggero. Sembrava l’odore delle torte di Clotilde, l’odore di un mandorlo in giardino. Ero in una cesta poggiata sul pavimento di una saletta non molto grande, ma luminosa e ben areata. Le tende bianche di due portefinestre svolazzavano mollemente filtrando una luce leggera. Era una tarda mattinata estiva. Avrei potuto fuggire veloce se solo le zampe mi avessero retto, invece restai sdraiato, imprigionato nel mio stesso pelo puzzolente, benedicendo quell’aria fresca che alleviava il gran calore che ancora mi sentivo addosso.

Lei arrivò presto. Sembrava aver sentito il rumore dei miei pensieri. Era pulita, aveva lunghi capelli biondi con i riflessi della cenere del camino della Signora, il viso leggermente colorato dal sole estivo, un camicione bianco morbido sussultava seguendo i movimenti delle sue lunghe gambe. I suoi occhi erano verdi come le foglie del bosco, come quelli di mamma. Senza dire una parola si chinò lentamente su di me e mi porse una grossa siringa piena di acqua fresca, proprio vicino all’angolo della bocca. Io non riuscii a trattenermi e la bevvi tutta d’un fiato, d’istinto mossi le mie zampe anteriori in quel gesto quasi consolatorio, affondandole alternatamente nel tessuto di cui era rivestita la cesta. Quando finii mi sorrise. Mi porse un pezzetto di prosciutto, freschissimo, sentii il sapore in bocca ancor prima del suo profumo.

Si prese cura di me per diversi giorni, senza mai dire una parola. Viveva sola, leggeva molto. Stava fuori casa per interminabili ore, qualche volta di giorno qualche volta fino a notte inoltrata, partiva ordinata e profumata e tornava maleodorante e sporca di cenere. Eleonora era un Volontario Antincendio. Mi aveva trovato sulla sua strada mentre lavorava sul vasto fronte che minacciava le case a ridosso del bosco ed aveva deciso di tenermi con se. Mi aveva fatto visitare, ancora incosciente, da un veterinario e seguiva la mia ripresa quotidianamente. Raccontò tutto questo nel giorno in cui ripresi a stare ben dritto sulle zampe. Disse che potevo restare con lei ma che, essendo un gatto selvatico, probabilmente avrei preferito tornare nel bosco. Così mi lasciava le finestre aperte, perché io potessi decidere quale vita preferivo. Nessun legame. Eppure mi donava ogni giorno il suo tempo libero, mi lasciava enormi spazi, mi seguiva nella riabilitazione. Niente ci legava eppure decidemmo di appartenerci, lei scelse me nonostante il mio solo occhio, io scelsi lei nonostante le sue assenze. Il bosco era un ricordo lontano, ora lo vedevo riflesso nei suoi occhi e questo mi bastava. Settembre stava finendo quando decisi che era giunto il momento di ricambiare quelle cure. La aspettai davanti alla porta di casa, sotto un sole ancora piuttosto insistente. La vidi arrivare, sporca come al solito, lei sorpresa di vedermi in giardino sorrise più del solito.

«Che fai qui Ares? Sei pronto a partire?»

No, sono pronto a restare. Le andai incontro e la riempii di fusa, l’amai al suo peggio, come lei aveva fatto con me, capii cosa significava avere davvero un legame e fui libero.

Mi chiamavo Ares ed ero un gatto libero, ora sono Pyro e sono un gatto felice.

 

One Comment Add yours

  1. Banaudi Nadia ha detto:

    Che dire? Quel cambio di nome e di vita è il miglior finale per un racconto così bello. Continua così.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...